Dazi USA sul solare: il conto arriva anche in Italia

Una firma che cambia l'economia del fotovoltaico globale. Il 6 agosto 2026 il presidente Trump ha firmato la proclamazione che impone dazi del 15% e prezzi minimi all'importazione su polisilicio e derivati — lingotti, wafer, celle e moduli. La mossa punta a ricostruire una filiera americana oggi quasi inesistente: gli Stati Uniti producono appena il 2% del polisilicio mondiale, mentre la Cina ne controlla il 90%. Per i consumatori, anche in Italia, il rischio è un effetto domino sui prezzi dei pannelli.
Un mercato ribaltato in 24 ore
La misura, già ribattezzata Section 232 Tariffs, stabilisce un prezzo minimo all'importazione per il polisilicio e una tariffa del 15% su tutti i prodotti che lo contengono. La proclamazione incarica il Dipartimento del Commercio di creare un programma di incentivi per chi produce polisilicio in territorio americano o espande fabbriche esistenti.
Trump motiva la scelta con la sicurezza nazionale: «Il polisilicio è il materiale base che sostiene la sicurezza delle catene di approvvigionamento dei semiconduttori e del solare. Per decenni l'America ha permesso a paesi stranieri di indebolire i produttori statunitensi, erodendo la nostra sicurezza economica e nazionale».
Il settore reagisce con preoccupazione. Tim Pawlenty, CEO della Solar Energy Industries Association (SEIA) , riconosce i progressi nella ricostruzione della base manifatturiera solare, ma avverte: «Imporre tariffe e prezzi minimi sui materiali solari creerà nuove sfide per i produttori americani e aumenterà i costi energetici per famiglie e imprese».
Perché i wafer sono il vero shock
Aaron Hall, presidente della società di software solare Anza, indica il pezzo più colpito della catena: non i moduli, ma i wafer. «La produzione domestica di wafer è diventata drammaticamente più preziosa da un giorno all'altro», spiega Hall, prevedendo «significativi nuovi investimenti in quella parte della filiera entro sei mesi».

Il paradosso è nei numeri. Con solo il 2% della produzione globale, gli Stati Uniti dipendono quasi interamente dalle importazioni. I produttori americani di moduli, che già assemblavano celle importate, si trovano ora con costi più alti sulla materia prima. Hall stima che alcuni progetti «non supereranno più la soglia di redditività» e che molti sviluppatori saranno spinti verso prodotti PERC domestici — una tecnologia meno efficiente — perché di pannelli TOPCon made in USA semplicemente non ce ne sono abbastanza.
Cosa cambia per chi compra pannelli in Italia
L'Italia non importa direttamente moduli dagli Stati Uniti, ma il mercato del polisilicio è globale. Quando il secondo acquirente mondiale — gli USA — alza barriere doganali, la Cina risponde dirottando l'offerta o rivedendo i prezzi. Il meccanismo è quello già visto con i dazi della prima amministrazione Trump: i produttori asiatici assorbono parte del costo, ma il prezzo internazionale di riferimento sale.
Per un installatore italiano o per un'azienda che progetta un impianto fotovoltaico, il segnale è chiaro: se i prezzi dei moduli salgono sul mercato spot, i preventivi vanno aggiornati. Il margine di assorbimento dei distributori locali dipenderà dalla rapidità con cui la Cina ricalibra la propria capacità produttiva — ma con il 90% del mercato in mano a Pechino, lo spazio per restare fuori dall'onda d'urto è limitato.
L'azzardo: dazi più produzione
Il calcolo dell'amministrazione Trump è esplicito: i dazi finanziano indirettamente il reshoring. La proclamazione affianca alle barriere commerciali un programma di incentivi per nuove fabbriche di polisilicio e derivati. È una scommessa industriale, non solo commerciale.
Consideriamo le dimensioni del divario: passare dal 2% attuale a una quota significativa della produzione mondiale richiede anni e miliardi di investimenti. Nel frattempo, il differenziale di costo tra produrre in America e importare dall'Asia si scarica su chi installa pannelli. La SEIA apprezza gli incentivi ma spera «che aiutino a compensare queste sfide» — una formulazione che tradisce quanto l'equilibrio sia precario.
Il nodo è se la domanda interna reggerà l'aumento dei prezzi abbastanza a lungo da permettere alla manifattura americana di decollare. Con progetti che già ora rischiano di non chiudere i conti, la risposta non è scontata.































