FCC blocca gli inverter solari esteri: 58 GW di progetti a rischio

Da ieri la Federal Communications Commission vieta l’importazione di tutti gli inverter per impianti solari e storage prodotti fuori dagli Stati Uniti. La decisione, pubblicata il 28 luglio 2026, aggiunge i power inverter alla Covered List per motivi di sicurezza nazionale e congela 58.000 MW di nuova capacità solare e accumulo prevista nei prossimi dodici mesi. Con appena il 7% della domanda coperto da produzione domestica, il mercato si trova a fronteggiare un deficit immediato del 93%.
Cosa cambia da oggi: stop immediato alle importazioni di nuovi inverter
Il divieto blocca qualsiasi nuovo modello di inverter fabbricato all’estero che non abbia già ricevuto un FCC ID valido. Sono invece salvi i dispositivi già acquistati, già approvati dalla Commissione o già in funzione. La nazionalità dell’azienda produttrice è irrilevante: come chiarito dalle FAQ ufficiali, a contare è il luogo di assemblaggio fisico dell’hardware. Qualsiasi inverter costruito fuori dai confini USA, anche se progettato da un’azienda americana, ricade nel bando.
“I welcome these executive branch national security determinations, and I am pleased that the FCC has now added foreign produced advanced robotics and power inverters to the FCC’s Covered List,” ha dichiarato il presidente della FCC Brendan Carr. “Following President Trump’s leadership, the FCC will continue to do our part to secure America’s critical supply chains, and, with today’s action, the FCC is acting in lock step with our national security agencies to do just that.”
La misura si basa su una National Security Determination emessa da un organismo interagenzia dell’esecutivo, la cui composizione non è stata resa nota. L’ordine esecutivo attribuisce agli inverter la capacità di creare “vulnerabilità nella catena di approvvigionamento che potrebbero minacciare la sicurezza economica e nazionale e un rischio informatico per le infrastrutture critiche americane”.
Quanto dipende il solare USA dall’estero? I numeri del blocco
I dati citati dalla stessa FCC, sebbene risalgano al 2020, mostrano che solo il 7% delle spedizioni di inverter proveniva da aziende con sede negli Stati Uniti. Negli anni successivi gli incentivi dell’Inflation Reduction Act hanno stimolato nuova capacità produttiva interna, ma il gap resta enorme. PV Magazine USA stima un deficit del 93% che la manifattura domestica non è in grado di colmare nel breve periodo. La capacità annua di produzione made in USA dovrebbe toccare i 40 GW entro fine anno, ma rimane al di sotto delle previsioni di installazione utility-scale della U.S. Energy Information Administration.
Nel frattempo, oltre 58.000 MW di progetti solari e di accumulo pianificati per i prossimi 12 mesi rischiano di restare al palo. Senza inverter certificati, gli impianti già costruiti non possono entrare in esercizio né immettere elettricità in rete. La sostituzione di un inverter estero con un modello domestico non è un’operazione indolore: gli accordi di interconnessione sono vincolati alle specifiche esatte del modello originario. Cambiare inverter comporta una Material Modification che obbliga a un nuovo studio tecnico e rimette il progetto in fondo alla coda.
L’unica via d’uscita: l’approvazione condizionata da Pentagono e DHS
L’unica deroga al blocco è la Conditional Approval concessa dal Department of Defense (Dipartimento della Difesa) o dal Dipartimento per la Sicurezza Interna. Per ottenerla, i produttori devono presentare una domanda e sottoporre l’intera catena di fornitura e l’architettura del firmware a un audit federale, dimostrando che il codice non può essere manipolato da remoto. Solo allora la FCC sblocca l’autorizzazione.

Per qualificarsi come “prodotto domestico” ed essere esentati dal bando, gli inverter dovranno soddisfare una soglia di contenuto nazionale del 65% fino a fine 2028, che salirà al 75% successivamente.
L’inchiesta DOE scagionava gli inverter cinesi, ma la FCC tira dritto
La mossa arriva dopo che a gennaio 2026 il Dipartimento dell’Energia aveva analizzato un campione di 30 inverter di produzione cinese senza trovare nessuna prova di hardware malevolo. L’amministrazione ha scelto di ignorare quelle conclusioni, sostenendo che il rischio è puramente digitale: la connettività wireless degli inverter intelligenti consentirebbe a governi stranieri di spingere aggiornamenti firmware capaci di spegnere interi parchi solari da remoto.
L’approccio americano è molto più duro di quello scelto dall’Unione Europea, che a inizio 2026 ha vietato l’uso di fondi comunitari per progetti con inverter di fabbricazione cinese – misura che secondo Wood Mackenzie potrebbe toccare il 14% della domanda solare UE fino al 2030. La stretta USA non fa distinzioni geografiche: colpisce qualunque paese di produzione.
L’ambasciata cinese a Washington ha reagito chiedendo agli Stati Uniti di “ascoltare le voci oggettive e razionali delle comunità imprenditoriali di entrambi i paesi” e minacciando “tutte le misure necessarie” in risposta a danni materiali agli interessi cinesi.
In Australia, dove è in corso una revisione del Security of Critical Infrastructure Act, il rappresentante di SMA Australia Darren Gladman invita a un approccio basato su evidenze: “L’Australia non deve abbandonare le catene di fornitura globali né presumere che il paese d’origine di un fornitore ne determini da solo l’affidabilità.” E aggiunge: “I proprietari di impianti rinnovabili dovrebbero sapere dove la tecnologia è progettata, dove viaggiano e sono archiviati i dati, come è governato l’accesso remoto, chi fornisce gli aggiornamenti di sicurezza e se le dichiarazioni del produttore sono state testate in modo indipendente.”
Il paradosso dell’intelligenza artificiale: più sicurezza, meno energia pulita
La Casa Bianca ha collegato esplicitamente il provvedimento alla corsa alla supremazia nell’intelligenza artificiale. Il piano AI nazionale prevede data center di nuova generazione con un fabbisogno energetico senza precedenti. Le big tech contavano su una rapida espansione di solare e batterie per alimentarli senza mandare in crisi le reti civili locali. Bloccando i componenti chiave per connettere questi impianti, la regola rischia di creare una carenza immediata di elettricità che mette a repentaglio proprio la competitività computazionale che intende proteggere. È il paradosso di una misura pensata per difendere le infrastrutture critiche, ma che nel breve termine potrebbe ostacolare la stessa crescita digitale che gli Stati Uniti vogliono guidare.
Il vero stress test per l’industria solare americana sarà la capacità di scalare la produzione domestica in tempi compatibili con le scadenze dei progetti. Fino ad allora, il collo di bottiglia normativo e produttivo rischia di diventare il freno più duro alla transizione energetica statunitense.








































